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Descrizione

Cliente: Comune di Averara
Location: Averara (BG) – Via Centro
Progetto dell’opera: Arch. Piergiorgio Tosetti – Arch. Vittorio Pagetti
Anno di completamento: Luglio 2011

Natura dell’opera: Intervento di recupero, restauro e conservazione dell’antica strada porticata

 

Storia – I portici di Averara

La splendida via porticata che si affaccia lungo la strada carrozzabile nel centro storico di Averara non coincideva con il luogo di transito della Via Mercatorum, che al contrario correva a monte dell’abitato, da Redivo all’imbocco della Valmoresca. Era posta invece al centro del paese, nella contrada della Fontana, che ospitava l’edificio sede del vicario civile della Valle Averara e le abitazioni delle famiglie più importanti del paese. Questo aspetto è testimoniato dal fatto che sull’interno dei pilastri sono raffigurati gli stemmi dei Baschenis, dei Bottagisi, dei Guerinoni, dei Sonzogni e di altre famiglie che ebbero parte nella storia della Valle Averara. Sulla facciata esterna del portico è raffigurato inoltre lo stemma dei Marieni, segno evidente che essi ebbero nella storia del paese un ruolo rilevante. Tra questi, i fratelli Carlo e Giuseppe Marieni. Il primo fautore della causa napoleonica, si interessò anche di letteratura e scienza e frequentò gli esponenti più in vista della cultura del suon tempo, tra i quali il poeta Ugo Foscolo. Il secondo si arruolò nell’esercito napoleonico, diventando nel 1808, generale comandante della piazza di Verona, quindi prese parte alla campagna di Russia e durante la ritirata riuscì a mettere in salvo i resti dell’armata napoleonica, gettando un ponte sulla Beresina, prima di morire di tifo nel 1813 a Köpnick.

I SISTEMI VIARI IN VALLE AVERARA

La valle di Averara, unitamente a tutte le Valli spioventi dalla dorsale orobica, a nord e a sud, era ricca di depositi metalliferi e su questi terreni, fin dal ‘200, è accertata l’esistenza di una importante attività estrattiva di metallo, argento e ferro.
Giovanni Da Lezze fornisce molte notizie sulla presenza e sullo sfruttamento delle miniere in alta Val Brembana.
Le indica nella Valle di Averara e anche in Valsassina, allora sotto il dominio milanese, le cui miniere erano però gestite da gente di Valtorta che provvedeva a trasportare il minerale nel forno e nella fucina che esisteva ad Averara.
Sempre il Da Lezze informa della presenza di cinque grosse fucine lungo il corso del Torrente Averara, e di altre ancora in Valtorta.
La lavorazione del ferro era diffusa in tutta la valle, con produzione di chiodi, di puntali, di attrezzi agricoli, di arnesi da taglio, di sbarre ed altro, pronte per essere esportate dando origine a stretti rapporti e scambi tra la popolazione dei due versanti delle Orobie.
Proprio in relazione allo sfruttamento delle miniere, gli accessi alla Valtellina e Valsassina diedero origine ad una rete di sentieri e mulattiere così complesse che per molto tempo, almeno nel periodo in cui erano praticabili i passi, orientarono i rapporti delle popolazioni dell’uno e dell’altro versante.
La fittissima trama di questi percorsi, ancora oggi rilevabili, rivela quale importanza avessero le comunicazioni tra i due versanti dello spartiacque.
Primitivi itinerari risalivano valli e vallette e prendevano quota aggirando, col lento passo del montanaro, spesso carico di mercanzie, le asperità della montagna. Sentieri che si trasformano in mulattiere o in cavalcatorie: col fondo in ciottoli, qua e là dotate di ponticelli per facilitare l’attraversamento dei corsi d’acqua, con fontane e santelle, contrassegnate da cascinali o da gruppi di abitazioni; da sentieri a vere e proprie strade di comunicazione a seconda del grado e dell’intensità di traffico che su di esse si andava sviluppando, al punto di essere tenute d’occhio da Venezia con pattuglie o scorte fisse nei momenti di maggior tensione con Milano, oppure quando si profilava all’orizzonte il presagio di un’epidemia. Allora i sentieri venivano bloccati e alle guardie toccava il compito, se non si facevano corrompere prima, di respingere chi non fosse fornito della “fede di sanità”.
Notevole importanza assumevano anche i collegamenti tra una valico e l’atro, o tra più valichi, attraverso sentieri che correvano per linee interne.
Nati per esigenze di spostamento da una zona all’atra senza dover seguire lunghi percorsi di fondovalle, furono probabilmente utilizzati per i servizi di pattuglia quando, durante la sanguinosa rivoluzione in Valtellina, la tensione tra Venezia e Milano giunse al culmine.
In Valle Averara il percorso più interessante, e di cui sono sopravvissuti molti tratti, è quello che da Ornica, attraverso i Piani dell’Avaro, si congiunge prima con la mulattiera del passo di Verobbio e quindi con quella di San Marco, continuando poi in direzione delle pendici del monte di Azzardo.
Superata la forcella Rossa (m. 2055) il sentiero prosegue in direzione est collegando tra loro le rampe dei passi di Lemma e di Tartano. Questo sentiero, pur con controtendenze, attraverso le testate di quattro valli meridionali, collega sul versante sud delle Orobie ben sei valichi che danno sul tratto valtellinese tra Morbegno e la valle di Tartano.
I valichi erano praticabili solo con la bella stagione: pioggia e neve, salvo eccezioni, paralizzavano quasi del tutto la possibilità di raggiungere la Valtellina o la Valsassina.
La strada Priula Verso la fine del ‘500 Venezia (duramente impegnata nella “guerra del pepe” e preoccupata dai vantaggi offerti dall’impero, suo concorrente spietato, con la rinnovata via del Tirolo) decise di creare una valida alternativa alle strade di Trento e del Gottardo controllate dalla Spagna, risistemando tutto il tracciato stradale della valle, rendendolo percorribile a carri leggeri anche nei
tratti montani, e infine raccordandolo al sistema stradale dei Cantoni Svizzeri, totalmente indipendente dalle gabelle imperiali fino al corso del Reno.
Nacque così la strada “Priula”: essa risaliva il fondo valle forzando finalmente le due strette fino allora invalicabili della Botta e di Sedrina: alla Botta un tratto della via venne sostenuta in sporgenza dalla roccia con un sistema traballante di tiranti metallici.
Erano queste le “Chiavi della Botta”, pericolosissimo passaggio che l’amministrazione napoleonica farà saltare con adeguate cariche di mina applicate all’ostinato roccione.
Nel 1600 la nuova via era ormai pronta: ma ben presto, e non a caso, sopravvenne la guerra di Valtellina; seguì la dominazione spagnola in quella terra e la costruzione del poderoso bastione di Fuentes messo di traverso alla via dei traffici nel “Pian di Spagna”.
Così la politica imperiale fece fallire l’ambizioso progetto veneziano.
La nuova, per allora, costosissima strada servì soltanto alla valle e spezzò del tutto il suo secolare isolamento economico e alterò profondamente i rapporti interni di tipo commerciale e monetario delle sue comunità.
I grossi centri disposti sul tracciato dell’antica via “alta” una volta fiorenti, declinarono e si stabilizzarono. I centri del fondovalle divennero invece i nuovi poli di convergenza di traffici e commerci.
La nuova struttura stradale giovò comunque grandemente all’economia globale della valle:
innanzitutto perché era la prima strada carrabile adatta anche ai trasporti veloci delle poste ed alla spedizione su carri di merci pesanti prodotte da magli e officine; ciò permise una valorizzazione maggiore delle miniere e dei piccoli opifici esistenti allora in luogo.
Alle ricche zone boschive e alla produzione di carbone brembano si aprì il mercato bergamasco.
Inoltre la disposizione della nuova via, affiancata secondo un disegno naturale al corso del fiume, permise una ordinata e vantaggiosa risistemazione di tutte le vie di accesso alle varie plaghe, secondo il disegno di tracciati di più facile percorribilità e più razionali.
Da quel momento, se si eccettua l’episodio tragico della pestilenza del 1630, la storia della valle non conobbe fatti salienti, fin quando nei primi anni del Novecento venne inserita la ferrovia e con essa prese l’avvio la storia dell’industrializzazione e dello sviluppo turistico della valle.
La novità della strada in Comune di Valle Averara.
La nuova strada di fondovalle era di fondamentale importanza per i collegamenti tra Bergamo e la Valtellina. Per questo si consolida questo percorso utilizzando dei messaggeri a cavallo che portavano la corrispondenza da Venezia a Chiavenna. Ancora più serviva ai mercanti che conducevano dall’uno all’altro versante delle Orobie le loro carovane e da quelli che scendevano dalla Valtellina e dai Grigioni a Bergamo.
Servizio questo già svolto egregiamente in antecedenza dalla antica mulattiera che da Averara rimontava con non poche difficoltà per la valle del Bitto di Albaredo, per Morbegno.
Sul percorso Averarese sorse allora il caratteristico edificio noto come “Dogana Veneta” o “Dogana di Redivo”, luogo di sosta per le carovane ed i loro conducenti.
La costruzione, situata prima della salita della Valmora, con le sue dimensioni conferma l’importanza che essa ebbe nelle comunicazioni colla Valtellina.
La grossa novità della nuova “Strada Priula” per quanto riguarda la valle Averara consiste nel fatto che la nuova via abbandona del tutto l’impegnativa mulattiera che da Averara si inerpicava per la Valmora, ma si inoltra invece per la valle di Mezzoldo (facente però sempre parte del Comune di Valle Averara), raggiungendo sempre passo San Marco con un primo vantaggio: avere una strada con un percorso più lungo ma più agevole.
Nel contesto della nuova strada viene conseguito anche un secondo vantaggio: la costruzione della casa di sosta denominata “Cà San Marco” per l’assistenza ai viandanti e carovane a mezz’ora di percorso dal passo omonimo.

Richiami storici sull’antico percorso
Il nuovo tracciato per Mezzoldo non ha mandato nel dimenticatoio il vecchio tracciato che rimane sempre presente nei pensieri e nei timori di Venezia.
Preoccupata per l’eventualità che il nemico scendesse nella Valle Berganasca, Venezia consulta nel 1617 vari personaggi per conoscere i punti attraverso i quali i Milanesi avrebbero potuto insidiare la Valle Brembana.
La memoria di Francesco Brembati ne elenca tre: la Valtorta, la Valtaleggio e la Valle Averara attraverso San Marco.
Il vecchio tracciato della Valmora rimane quindi sempre valido almeno per un certo numero di viandanti soprattutto nel periodo estivo, legati affettivamente anche alla antica sosta di Redivo, che rimane tuttora richiamo turistico.
Non va dimenticata la possibilità offerta da Averara per garantire un ampio spazio coperto per la custodia delle merci, e di trovare garanzie maggiori di alloggio per soste prolungate, a causa delle condizioni metereologiche oppure per il sopraggiungere anticipato della neve.
Questa duplice possibilità di alloggio e di spazio coperto era data dal complesso edilizio dei Portici che inglobava la Strada Porticata, che compone la caratteristica architettonica e ambientale di Averara.
Trovavano riparo sotto i Portici di Averara viaggiatori e mercanti, gli animali potevano essere alleggeriti dai carichi e lasciati riposare; c’erano fontane, osterie, botteghe e stalle. La via porticata era luogo di incontro e di mercato; in determinate occasioni vi si concentrava l’interesse degli abitanti, attraverso i corrieri e i viandanti che salivano dalla città oppure che arrivavano da oltre le montagne, erano punti di raccolta e di diffusione di notizie.
La strada porticata di Averara diviene anche luogo d’arte.